ripensare Bateson’s Weblog

a partire dal pensiero di Gregory Bateson

Sono forse io il custode di mio fratello?

Pubblicato da ripensarebateson su 27 Aprile 2008

 “Quando Dio domandò a Caino dove si trovasse Abele, Caino, adiratosi, replicò con un’altra domanda: «Sono forse io il custode di mio fratello?». Il maggior filosofo morale della nostra epoca, Emmanuel Lévinas, osservò che da quella rabbiosa domanda di Caino ebbe inizio ogni immoralità. È certo che io sono responsabile di mio fratello; e sono e rimango un essere morale fin tanto che non chiedo un motivo speciale per esserlo. Che io lo ammetta o no, sono responsabile di mio fratello perché il suo benessere dipende da ciò che io faccio o che mi astengo dal fare. Sono un essere morale perché riconosco questa dipendenza e accetto la responsabilità che ne consegue. Nel momento in cui metto in discussione tale dipendenza domandando ragione – come fece Caino – del perché dovrei prendermi cura degli altri, in questo momento abdico alla mia responsabilità e non sono più un essere morale. La dipendenza del fratello è ciò che fa di me un essere morale. La dipendenza e la morale o si danno insieme o non si danno”

(Bauman Z., Welfare assediato. Sono forse io il custode di mio fratello?, in Homo Consumens. Lo sciame inquieto dei consumatori e la miseria degli esclusi, Erickson, 2007, pp. 86-86)

Da qui Bauman dimostra elegantemente l’irrazionalità dell’esistenza dello stato sociale in una società basata sul consumo. Passa poi a descrivere la burocratizzazione dei Servizi Sociali che, attraverso la regola e la procedura, cercano invano di sottrarsi dalla ineluttabile responsabilità del farsi carico dell’ “altro”, irriducibile essere umano, unico e irripetibile.

La sua conclusione è che solo l’etica può essere garante dell’esistenza del welfare e dei servizi sociali. E solo attraverso il prendersi cura dell’altro accettandone la profonda indeterminatezza e l’impossibilità di prevedere gli esiti delle proprie scelte, che gli operatori sociali possono lavorare respingendo così il normale processo di burocratizzazione che ne emerge.

Ma torniamo al concetto di dipendenza/morale.

Se, leggendo Bateson, vediamo l’essere umano come in ontologica dipendenza dall’altro, o, meglio, in imprescindibile dipendenza dalla relazione con l’altro; se vediamo la relazione o la complessa rete di relazioni con l’ “altro da me” come premessa alla mia stessa esistenza; se assumiamo che “la relazione viene prima”; ebbene, come posso scegliere di metter in discussione tale dipendenza? Come posso tirarmi talmente fuori da ciò che mi ha definito e, attraverso la quale, mi definisco ogni giorno?

Vi voglio raccontare un mito.

C’era una volta un Giardino, il quale conteneva molte centinaia di specie (era forse nella zona subtropicale) che vivevano in grande fecondità ed equilibrio, con abbondanza di humus e così via. In quel giardino c’erano due antropoidi, più intelligenti degli altri animali.

Su uno degli alberi c’era un frutto, molto in alto, che le due scimmie non erano capaci di raggiungere. Esse cominciarono allora a pensare. Questo fu lo sbaglio: cominciarono a pensare per raggiungere un fine.

Dopo un po’ la scimmia maschio, che si chiamava Adamo, andò a prendere una cassa vuota, che mise sotto l’albero; vi monto sopra, ma ancora non riusciva a raggiungere il frutto. Allora andò a prendere un’altra cassa, e la mise sopra la prima; si arrampicò sopra le due casse, e finalmente raggiunse la mela.

Adamo ed Eva erano ebbri per l’eccitazione. Così si doveva fare: si escogita un piano, ABC, e si ottiene D.

Cominciarono allora ad esercitarsi a fare cose secondo un piano. Di fatto essi estromisero dal Giardino il concetto della sua natura sistemica globale e della loro stessa natura sistemica globale.

Dopo aver estromesso Dio dal Giardino, essi si misero a lavorare seriamente in questo modo finalizzato, e ben presto l’humus scomparve; in seguito a ciò parecchie specie di piante divennero ‘malerbe’ e alcuni animali divennero ‘flagelli’; e Adamo si accorse che il giardinaggio era un lavoro molto più duro. Dovette guadagnarsi il pane con il sudore della fronte e disse: «è un Dio vendicativo; non avrei mai dovuto mangiare quella mela»

(Bateson G., Finalità cosciente e natura, in Verso un’ecologia della mente, Adelphi1976, pp. 474-475)

 

 

Abdicando alla mia responsabilità sull’altro, abdico alla “natura sistemica globale” e alla mia “natura sistemica globale”; negando la mia dipendenza dalla relazione con l’altro, nego la mia natura, ciò che mi definisce e me stesso.

 

Mauro Piccinin

 

5 Risposte a “Sono forse io il custode di mio fratello?”

  1. giovanni detto

    Mi rendo conto di muovermi in una cristalleria di parole con la clava dell’homo videns, quale io sono. Mi domandavo questo: se “negando la mia dipendenza dalla relazione con l’altro, nego la mia natura, ciò che mi definisce e me stesso”, significa che l’altro, e la relazione con lui, mi servono a definirmi. Ma se mi servono a definirmi, non solo ho stabilito un fine e mi muovo in funzione di quello, ma anche un piano (vivere e cogliere la relazione come fondamentale ed essenziale): ho quindi commesso in un colpo solo tutti gli errori di Adamo.
    Come esco da questo scacco ? Il termine “dipendenza” implica una strumentalità. E quindi siamo ancora più al buio, mi pare, con “l’altro” e la relazione con lui usati come Adamo usa le casse al fine di raccogliere il frutto, che per noi è noi stessi e la coscienza di noi.
    Mi aiutate a capire cosa mi sfugge ? Un abbraccio. giovannicovini.

  2. marco detto

    Nessuno, credo, auspica un impossibile ritorno all’innocenza dell’animale, evocata dal mito dell’eden: per questo non credo si possa parlare di ‘errori’ di Adamo. Piuttosto, la sola possibilità che abbiamo è una maggior consapevolezza (l’accedere ad una consapevolezza di second’ordine). Non possiamo ‘non sapere’ (come Adamo prima della mela: vivere nella pura istintualità, non accedere al linguaggio, non fare piani e progetti) ma possiamo ’sapere di sapere’ e ’sapere di non sapere’; non possiamo non dipendere dalle relazioni (che pur tuttavia partecipiamo a definire), ma possiamo ’saperlo’ e non cadere nel mito del potere (nell’idea di poter controllare le relazioni in modo unilaterale…).
    grazie del contributo. marco bianciardi

  3. mauro detto

    L’idea è che la relazione sia fondamentale per la visione che ho di me stesso, indipendentemente dal fatto che io lo voglia o meno. Non ricerco finalisticamente o consapevolmente una relazione assecondando una qualche sete di definizione di me, ma non posso fare a meno di esistere se non all’interno di una relazione, o meglio, di una rete di relazioni.
    In questo senso la relazione trascende l’individuo che, pur contribuendo alla direzione del suo sviluppo e nonostante ne sia fondamento della sua (della relazione) stessa esistenza, non la potrà controllare univocamente (così come ha appena scritto Marco).
    L’idea è quindi che il termine ‘dipendenza’ non implichi necessariamente strumentalità, ma necessità. mauro piccinin

  4. giovanni detto

    Grazie a chi mi ha risposto. Non che la cosa mi sia chiarissima ma credo ci voglia tempo per digerire. Mi chiedevo soltanto: se non si può parlare di errori di Adamo, cosa intende Bateson quando dice: “Esse cominciarono allora a pensare. Questo fu lo sbaglio.” ? Ma andrò avanti a meditarci, non voglio occupare troppo del vostro spazio. Grazie ancora. Vi seguo. giovannicovini.

  5. marco detto

    La affermazione di Bateson ‘questo fu lo sbaglio’ deve essere collocata nel contesto del discorso, e quindi considerata come relativa alla (presunta, o immaginaria)condizione di innocenza beata vissuta nel paradiso terrestre. In realtà la millenaria storia dell’evoluzione non è certo giudicabile in termini di giusto/sbagliato…semplicemente è stata come è stata.
    possiamo comunque dire che è certamente ‘miracoloso’ (leggi: altamente improbabile e legato ad un irripetibile intreccio di fattori contingenti) che l’evoluzione abbia ‘prodotto’ un animale senziente, linguistico, e capace dell’umorismo e della follia, quale l’uomo – ma non è in sè nè giusto nè sbagliato.
    a questo proposito una notazione interessante è che, in una logica cibernetica, non esiste mai il ‘giusto’ (in assoluto) bensì solo l’errore e la correzione dell’errore: quando andiamo sufficientemente diritti ed evitiamo di uscire di strada, la traiettoria è risultante da impercettibili e costanti correzioni di errori (è sempre a zig-zag, a qualunque livello di osservazione ci poniamo, e in questo senso è un frattale)
    marco bianciardi

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