ripensare Bateson’s Weblog

a partire dal pensiero di Gregory Bateson

Ecologia della mente. Il sacro.

Pubblicato da ripensarebateson su 12 Giugno 2008

In “Ecologia della mente. Il sacro” (conferenza tenuta nel 1974 al Naropa Intitute di Boulder in Colorado), Bateson propone una serie di riflessioni di grande interesse.

Inviterei tutti a leggere il saggio (pubblicato in Una sacra unità, Adelphi 1997, p. 399) perchè farne un sunto ordinato e consequenziale mi parrebbe in contraddizione con il senso stesso di quanto Bateson propone.

Il titolo accosta ’sacro’ ed ‘ecologia della mente’.

In effetti Bateson prende le mosse da una domanda: ‘Che cosa intendi per ecologia della mente ?’, e subito connette la questione alla ricerca del sacro.

Vorrei soffermarmi innanzi tutto su un punto. Bateson parla inizialmente di ecologia della mente: “Alla radice vi è la nozione che le idee sono interdipendendenti, che le idee interagiscono, che le idee vivono e muoiono. Le idee che muoiono, muoiono perchè non si armonizzano con le altre. E’ una sorta di intrico complicato, vivo, che lotta e che collabora, simile a quello che si trova nelle zone di montagna, composto dagli alberi, dagli animali e dalle piante che lì vivono – un’ecologia, appunto. All’interno di questa ecologia vi sono temi importanti di ogni genere, che si possono enucleare e su cui si può riflettere separatamente. Naturalmente si fa sempre violenza al sistema nel suo complesso se si pensa alle sue parti separatamente; ma se vogliamo pensare dobbiamo fare così, perchè pensare a tutto contemporaneamente è troppo difficile”.

Il punto su cui vorrei soffermarmi è questa inevitabilità del ‘fare violenza’, per usare l’espressione di Bateson, violando l’unitarietà articolata e vivente dei sistemi ecologici, siano questi il bosco o l’ecologia delle idee.

Siamo parte di un con-testo che, come dice la parola stessa, è in-tessuto, è tessuto insieme, ed intreccia la trama e l’ordito in mille nodi che è impossibile districare: il contesto è quindi com-plesso, si articola su piani distinti, ma è e resta una realtà unitaria inestricabile, palpitante, a volte drammatica, comunque in costante e imprevedibile evoluzione… e purtuttavia noi abitiamo il contesto conoscendolo e pensandolo nel e col fare distinzioni – cioè: facendogli violenza.

E’ a questo punto che Bateson introduce il ’sacro’, e lo introduce dopo aver notato che è più facile parlare dei sistemi, dei contesti (dell’ecologia dello stagno o dell’ecologia del pensiero) quando questa ecologia è malata, quando le cose non vanno: “Ragionare di patologia è relativamente facile, ragionare di salute è molto difficile. Questa naturalmente è una delle ragioni per cui esiste una cosa come il sacro e per cui del sacro è difficile parlare, perchè il sacro ha un legame particolare con la salute. Non ci piace disturbare il sacro, perchè in genere quando si parla di una cosa la si modifica, e forse la si trasforma in una patologia”.

Ma perchè dovrebbe essere più facile parlare di ciò che non va?

Naturalmente ciò è vero, o è possibile, tutte le volte che parliamo di qualcosa di cui siamo parte e partecipi: una relazione vitale in cui siamo parte in causa. Parlare di come e perchè la relazione con il partner va bene può modificare la relazione, ed eventualmente può creare problemi (la questione appare un po’ differente quando parliamo del funzionamento di un macchinario, o anche di un organo, forse perchè possiamo farne ‘oggetto’ di studio).

Il punto quindi non sembra essere che è difficile parlare di sanità, bensì che è precisamente il parlare che rende le cose difficili (quando parliamo del contesto in cui siamo impegnati…); è il ‘parlare di’ che può ‘diturbare’ la sanità delle relazioni cui partecipiamo: per parlarne, evidentemente, dobbiamo ‘tirarci fuori’, quando, invece, siamo ‘dentro fino al collo’, come si dice. Parlare significa operare distinzioni, conoscere con l’emisfero sinistro, violare l’integrità dell’ecologia di cui siamo parte… ma soprattutto implica e comporta, come condizione necessaria e come effetto non evitabile, il rompere l’integrità della relazione tra noi e il tutto cui partecipiamo e in cui siamo impegnati.

 Marco Bianciardi

 

3 Risposte a “Ecologia della mente. Il sacro.”

  1. mauro piccinin detto

    Bateson in “Stile, grazia e informazione nell’arte primitiva“: “Aldous Huxley era solito dire che il problema fondamentale dell’umanità è la ricerca della grazia… Egli sosteneva (come Walt Whitman) che gli animali si comportano e comunicano con una naturalezza, una semplicità che l’uomo ha perduto. Il comportamento dell’uomo è corrotto dall’inganno – perfino contro se stesso -, dalla finalità e dall’autocoscienza. Secondo l’opinione di Aldous, l’uomo ha perso la ‘grazia’ che gli animai ancora possiedono… l’arte è un aspetto della ricerca della grazia da parte dell’uomo
    Arte e sacro, per Bateson, sembra siano dei tentativi di integrare ciò che l’uomo, attraverso il linguaggio e la coscienza, ha diviso, segmentato, studiato e calibrato. Ma se, come scrive Marco nel suo post: “è il ‘parlare di’ che può ‘disturbare’ la sanità di relazioni cui partecipiamo”, non è esattamente ciò che Bateson prima, e noi ora, stiamo facendo? Come è possibile parlare e scrivere su arte, grazia e sacro avendo come premessa che il linguaggio è una delle fonti della loro ‘corruzione’?
    grazie

  2. ripensarebateson detto

    Durante la stessa conferenza ‘Ecologia della mente. il sacro’ Bateson parla della conoscenza linguistica, consapevole, che distingue e crea differenze, e della conoscenza del sogno in cui “queste distinzioni non possiamo tracciarle”, e conclude: “Ebbene, io ritengo che l’uso più ricco della parola ’sacro’ sia quello che rende importante la ‘combinazione’, l’unione delle due accezioni, e ritengo che ogni loro separazione sia, per così dire, antisacra”. Non si tratta quindi di rinunciare alla parola, o al conoscere mediato dal linguaggio inseguendo una im-mediatezza perduta, bensì di ‘intrecciare’, annodare, embricare questi livelli, tenendoli ‘non separati’ e nello stesso ‘non confusi’.
    Credo che la problematicità, la dialettica mai conclusa del pensiero di Bateson, sia ben riconoscibile in questo andare a cogliere il nodo, l’intrecciarsi e il combinarsi, di queste due modalità di vivere e conoscere (come sarebbe stato più banalmente semplice concludere che si ha esperienza del sacro quando si ha un’esperienza ‘mistica’ e ‘ineffabile’ dell’unitarietà del creato, ad esempio !)
    E’ invece la ‘combinazione’ del conoscere operando distinzioni e del conoscere che non sa fare distinzioni, che è ’sacra’, o è esperienza del sacro.
    marco bianciardi

  3. Alessia Ravasini detto

    A mio avviso, azione e linguaggio (e forse coscienza?) rappresentano possibili strumenti di cui l’uomo dispone per significare il suo essere e il suo stare nel mondo.
    Il tema della sacralità, non trovando una diretta traduzione di espressione nei modi sopra accennati, rende la sua conoscenza un fatto profondamente intimo. Al tempo stesso diviene una grande scommessa scoprire i significati che questa esperienza contiene per l’uomo.
    Mi chiedo, ad esempio, come sia traducibile l’esperienza della felicità. Il linguaggio con cui necessariamente si cerca di esprimere/descrivere/interpretare un pensiero o una percezione avvia una modificazione tra l’esperienza fatta e la sua comunicazione. Mi si pone, così, con potenza, la propria responsabilità nel vivere questo divario, cogliendolo al tempo stesso come una condizione ineluttabile.
    Probabilmente come la religione potrebbe rappresentare “un artificio” escogitato per fare entrare l’uomo in un sistema nel quale viene contemplata un’ecologia della mente più ampia, in un modus operandi basato su regole ideologiche, il sacro potrebbe assumere altrettanti significati di ricerca, forse in un modo personalmente responsabile.
    Come terapeuta considero la terapia come un’operazione di produzione di processi di conoscenza che avviene nella relazione e nel dialogo, necessariamente attraverso il linguaggio.
    Mi chiedo pertanto che tipo di relazione possa esserci, ammesso che ci sia, tra il sacro e il linguaggio.

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