ripensare Bateson’s Weblog

a partire dal pensiero di Gregory Bateson

Linguaggio e ricerca del sacro

Pubblicato da ripensarebateson su 25 Giugno 2008

 Non scegliamo di accedere al linguaggio.

La parola ci precede. È un dono; ma non è un dono che il piccolo dell’uomo possa rifiutare. Come ha osservato J. Monod “Può darsi che sia stato il linguaggio a creare l’uomo e non l’uomo a creare il linguaggio”.

Ora, l’accedere a questo dono che non possiamo rifiutare è anche un ‘dramma’. Bateson parla del “dramma che esplode quando gli organismi, mangiato il frutto dell’Albero della Conoscenza, scoprono che i loro segnali sono segnali”. E George Steiner in Dopo Babele parla della “scoperta esplosiva che il linguaggio è un fare e rifare, che le affermazioni possono essere indipendenti dal fatto e dall’utilità”.

Il linguaggio libera, ma nello stesso tempo allontana per sempre, dall’esperienza im-mediata (non mediata dal linguaggio, appunto). Nel momento logico in cui il piccolo dell’uomo dice ‘io’, e distingue sé come creatore di un ‘mondo’, egli si separa e si aliena per sempre, dalla immediatezza del vivere innocentemente la vita, come immaginiamo sia per gli animali, e forse per gli angeli. Il soggetto sarà per sempre orfano dell’abitare la terra essendo semplicemente organismo (organon = strumento entro la deriva genetica, o nella circolarità interconnessa dell’ecologia del vivente, nodo palpitante di vita che è parte integrante di una nicchia ecologica da cui non si distingue).

Per questo il linguaggio a-liena ed esilia per sempre il soggetto. Esso introduce una discontinuità, una frattura, uno strappo, tra la soggettività stessa ed il ‘mondo’, l’ ‘altro’, che il soggetto crea nell’atto di distinguersi per porsi come soggetto.

Il linguaggio quindi permette la conoscenza ‘scientifica’ (che scinde e separa), ma innanzi tutto scinde e separa la soggettività dai suoi contesti, inaugurando la frattura, insanabile, tra l’individuo biologico che si pone come soggetto linguistico e l’ecologia cui egli partecipa.

“Diversamente dalle specie animali, ci troviamo fuori equilibrio col mondo e nel mondo. La parola è la conseguenza di tale squilibrio ma anche ciò che lo mantiene” (George Steiner).

“L’immediatezza è prerogativa angelica; è bene per l’uomo che il proprio intendersi sia un fra-intendersi o un tra-durre” (Massimo Cacciari). 

Queste considerazioni permettono di ritornare all’espressione, forte, che abbiamo ripreso dalla conferenza Ecologia della mente. Il sacro: si ‘fa sempre violenza’ al sistema se si pensano le sue parti separatamente.

Ebbene: questo ‘pensare separatamente’ è innanzi tutto (e ha come condizione) il pensare sé come separati dal contesto.

Ed il pensarsi separati dai contesti di appartenenza è nello stesso tempo condizione ed effetto del pensare separatamente le parti dei sistemi cui apparteniamo.

L’individuo biologico che accede all’uso di una lingua naturale (e con ciò si fa ‘uomo’) pone un ‘io’ separato dal ‘mondo’, e lo pone come soggetto di ogni pensare, misurare, controllare l’ambiente, separandone i componenti.

Il linguaggio pone un ‘io’ separato e distinto, e lo pone come soggetto del distinguere oggetti tra loro separati.

Per tutto ciò l’accedere al linguaggio è un ‘dramma’ che libera e nello stesso tempo assoggetta: che libera perché ci rende soggetti di (soggetti liberi di creare la propria ‘realtà’ come indipendente dal mero dato di realtà), e che assoggetta perché ci rende soggetti a (assoggettati alle caratteristiche del linguaggio, alle sue regole, alla sua sintassi, ma anche al bisogno che la propria ‘realtà’, essendo creata soggettivamente e non essendo ‘oggettiva’, venga confermata dall’altro all’interno delle relazioni significative). 

Quindi: non scegliamo di accedere al linguaggio. Il linguaggio ci precede in quanto esseri ‘umani’.

La frattura, lo strappo, che ci permette/obbliga a vederci e pensarci come separati, non può essere elusa.

La ricerca del sacro si pone a partire da questa frattura non eludibile.

Essa non può certo prescindere dalla consapevolezza di questo strappo originario che, miticamente, risale all’aver mangiato il frutto dell’albero della conoscenza. Ma non può nemmeno risolversi, banalmente, nell’illusione di un ritorno all’innocenza perduta del paradiso terrestre.

 

Marco Bianciardi

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