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	<title>Commenti a: Bateson, Girard e il sacro</title>
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	<description>a partire dal pensiero di Gregory Bateson</description>
	<lastBuildDate>Fri, 26 Jun 2009 08:24:45 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Di: ripensarebateson</title>
		<link>http://ripensarebateson.wordpress.com/2008/06/30/bateson-girard-e-il-sacro/#comment-23</link>
		<dc:creator>ripensarebateson</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Jul 2008 10:30:37 +0000</pubDate>
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		<description>ho letto il commento di Marco Bianciardi, che rilancia sul tema &quot;violenza&quot; delle domande cruciali. Credo che di violenza si parli tanto ma la si interroghi poco, credendo di sapere &quot;ovviamente&quot; di cosa parliamo, e sentendoci a priori dalla parte della soluzione più che del problema: anche facendoci confortare da Bateson.

per ora vorrei solo dire che la &quot;violenza (all’integrità dell’ecologia del vivente) che è implicita nel pensarci ‘separati’ dai sistemi cui partecipiamo&quot; non la chiamerei violenza, se non metaforicamente, nel senso che non prevede qualcuno che fa violenza a qualcun altro (uomo, animale o anche vegetale) dall&#039;interno di una relazione, per meta-significare la forma di quella relazione. E infatti opportunamente Marco parla di violenza &quot;implicita&quot;. E non dimenticherei che l&#039;integrità dell&#039;ecologia del vivente è gravida di atti violenti, soprattutto inter-specifici (la danza delle rlazioni viventi è creazione e distruzione, senza tanti complimenti, pietà, avvocati difensori, terapeuti...).

Girardianamante, la condizione umana conosce due forme della violenza, che con Lorenz chiamerei aperta e ritualizzata. La prima termina solo con la morte di uno/a dei partecipanti. L&#039;altra con un atto di sottomissione a un potere più grande: fino a Cristo garantito dalla vittima sacrificale (vera fonte del sacro), dopo Cristo (ultrasemplifico, ovviamente) chi lo sa... il concorso è aperto...

La prima è deflagrante, la seconda è riordinante, diciamo omeopatica (ha creato la cultura, il senso). O meglio: era omeopatica! e adesso? adesso che Cristo ha smagato gli dèi violenti e ordinatori, quali nuovi giochi sacri dovremo inventare, come scriveva Nietzsche, ben sapendo che si tratta di un compito creativo vicino all&#039;impossibile?

Di &quot;uomo&quot; (e dunque anche di &quot;cucciolo dell&#039;uomo&quot;) nel senso in cui ne parliamo usualmente possiamo parlare solo in chiave di uomo già-sacro, ab origine: è col sacrificio che nasce la cultura (l&#039;ordine insieme sociale e simbolico, il potere...). Non c&#039;è &quot;uomo&quot; prima del sacrificio. E scoprendo questo (via Vangelo, sempre semplificando un tantino) possiamo chiederci se c&#039;è un altro modo per far società e far cultura, ma il concorso è davvero aperto, perché la ricerca del capro rimane la via più familiare e più battuta (anche a piazza Navona: Berlusconi, Napolitano, Ratzinger, Veltroni, alé... chi più ne ha più ne metta... pensa se ci fosse stato in visita Bush, in questi giorni, che manna...): solo che invece di sacrificarne uno ogni tanto, con tutti i crismi, per sentirci forti o semplicemente per combattere la depressione, ne facciamo fuori tanti, in continuazione (vedansi cronache: donne e bambini in primis), anche interiori, fino ad auto-deprimerci e impazzire...

Sergio Manghi</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>ho letto il commento di Marco Bianciardi, che rilancia sul tema &#8220;violenza&#8221; delle domande cruciali. Credo che di violenza si parli tanto ma la si interroghi poco, credendo di sapere &#8220;ovviamente&#8221; di cosa parliamo, e sentendoci a priori dalla parte della soluzione più che del problema: anche facendoci confortare da Bateson.</p>
<p>per ora vorrei solo dire che la &#8220;violenza (all’integrità dell’ecologia del vivente) che è implicita nel pensarci ‘separati’ dai sistemi cui partecipiamo&#8221; non la chiamerei violenza, se non metaforicamente, nel senso che non prevede qualcuno che fa violenza a qualcun altro (uomo, animale o anche vegetale) dall&#8217;interno di una relazione, per meta-significare la forma di quella relazione. E infatti opportunamente Marco parla di violenza &#8220;implicita&#8221;. E non dimenticherei che l&#8217;integrità dell&#8217;ecologia del vivente è gravida di atti violenti, soprattutto inter-specifici (la danza delle rlazioni viventi è creazione e distruzione, senza tanti complimenti, pietà, avvocati difensori, terapeuti&#8230;).</p>
<p>Girardianamante, la condizione umana conosce due forme della violenza, che con Lorenz chiamerei aperta e ritualizzata. La prima termina solo con la morte di uno/a dei partecipanti. L&#8217;altra con un atto di sottomissione a un potere più grande: fino a Cristo garantito dalla vittima sacrificale (vera fonte del sacro), dopo Cristo (ultrasemplifico, ovviamente) chi lo sa&#8230; il concorso è aperto&#8230;</p>
<p>La prima è deflagrante, la seconda è riordinante, diciamo omeopatica (ha creato la cultura, il senso). O meglio: era omeopatica! e adesso? adesso che Cristo ha smagato gli dèi violenti e ordinatori, quali nuovi giochi sacri dovremo inventare, come scriveva Nietzsche, ben sapendo che si tratta di un compito creativo vicino all&#8217;impossibile?</p>
<p>Di &#8220;uomo&#8221; (e dunque anche di &#8220;cucciolo dell&#8217;uomo&#8221;) nel senso in cui ne parliamo usualmente possiamo parlare solo in chiave di uomo già-sacro, ab origine: è col sacrificio che nasce la cultura (l&#8217;ordine insieme sociale e simbolico, il potere&#8230;). Non c&#8217;è &#8220;uomo&#8221; prima del sacrificio. E scoprendo questo (via Vangelo, sempre semplificando un tantino) possiamo chiederci se c&#8217;è un altro modo per far società e far cultura, ma il concorso è davvero aperto, perché la ricerca del capro rimane la via più familiare e più battuta (anche a piazza Navona: Berlusconi, Napolitano, Ratzinger, Veltroni, alé&#8230; chi più ne ha più ne metta&#8230; pensa se ci fosse stato in visita Bush, in questi giorni, che manna&#8230;): solo che invece di sacrificarne uno ogni tanto, con tutti i crismi, per sentirci forti o semplicemente per combattere la depressione, ne facciamo fuori tanti, in continuazione (vedansi cronache: donne e bambini in primis), anche interiori, fino ad auto-deprimerci e impazzire&#8230;</p>
<p>Sergio Manghi</p>
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		<title>Di: ripensarebateson</title>
		<link>http://ripensarebateson.wordpress.com/2008/06/30/bateson-girard-e-il-sacro/#comment-22</link>
		<dc:creator>ripensarebateson</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 Jul 2008 13:09:50 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://ripensarebateson.wordpress.com/?p=12#comment-22</guid>
		<description>Non conosco bene il pensiero di René Girard (che trovo comunque di grande interesse e di grande impatto), pensiero che Sergio Manghi opportunamente introduce nel dibattito.

In &#039;Il capro espiatorio&#039; (Adelphi 1987) Girard scrive “La confusione tra l’animale e l’umano costituisce la più importante e spettacolare modalità del mostruoso mitologico” (p.83); e, dopo aver riferito il mito della donna-cane, bellissimo mito fondatore degli indiani Dogrib, afferma “Il merito di rendere stabile per sempre la differenza tra l’uomo e l’animale spetta proprio al capro espiatorio accusato in un primo momento di far oscillare la comunità tra l’uno e l’altro” (p. 86).
La vittima sacrificale si pone quindi sullo spartiacque tra uomo e animale, e per questo è ‘vittima’ e capro espiatorio, e pur tuttavia instaura definitivamente questa distinzione, e per questo è dio.

Quanto afferma Girard non può non far pensare al fatto che il passaggio dall’animalità all’umanità è precisamente lo strappo (violento e che fa violenza) della e nella unitarietà e integrità dell’ecologia cui partecipiamo.
Questo strappo esilia per sempre l’uomo dall’innocenza dell’animale, ma, d’altra parte, inaugura l’arte e la poesia, il culto dei morti e la religione, fino alla ricerca del sacro come ricerca di un sentirci e saperci parte del tutto che ci comprende e da cui ci siamo (violentemente) distinti…

Ora, mi chiederei: la violenza (all’integrità dell’ecologia del vivente) che è implicita nel pensarci ‘separati’ dai sistemi cui partecipiamo, che rapporto ha con la violenza della (sulla) vittima sacrificale ?
L’una è un violare ‘epistemologico’ (è una delle premesse epistemologiche distorte di cui parla Bateson in &#039;Patologie dell’epistemologia&#039;); l’altra è una violenza molto concreta, agita, perseguita, sulla vittima sacrificale.
L’una appare necessaria al ‘farsi uomo’ del cucciolo dell’uomo; l’altra appare necessaria al fondare la comunità umana.

Spero che le riflessioni e i contributi di tutti possano illuminarci meglio (anche) su questo punto.

marco bianciardi</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Non conosco bene il pensiero di René Girard (che trovo comunque di grande interesse e di grande impatto), pensiero che Sergio Manghi opportunamente introduce nel dibattito.</p>
<p>In &#8216;Il capro espiatorio&#8217; (Adelphi 1987) Girard scrive “La confusione tra l’animale e l’umano costituisce la più importante e spettacolare modalità del mostruoso mitologico” (p.83); e, dopo aver riferito il mito della donna-cane, bellissimo mito fondatore degli indiani Dogrib, afferma “Il merito di rendere stabile per sempre la differenza tra l’uomo e l’animale spetta proprio al capro espiatorio accusato in un primo momento di far oscillare la comunità tra l’uno e l’altro” (p. 86).<br />
La vittima sacrificale si pone quindi sullo spartiacque tra uomo e animale, e per questo è ‘vittima’ e capro espiatorio, e pur tuttavia instaura definitivamente questa distinzione, e per questo è dio.</p>
<p>Quanto afferma Girard non può non far pensare al fatto che il passaggio dall’animalità all’umanità è precisamente lo strappo (violento e che fa violenza) della e nella unitarietà e integrità dell’ecologia cui partecipiamo.<br />
Questo strappo esilia per sempre l’uomo dall’innocenza dell’animale, ma, d’altra parte, inaugura l’arte e la poesia, il culto dei morti e la religione, fino alla ricerca del sacro come ricerca di un sentirci e saperci parte del tutto che ci comprende e da cui ci siamo (violentemente) distinti…</p>
<p>Ora, mi chiederei: la violenza (all’integrità dell’ecologia del vivente) che è implicita nel pensarci ‘separati’ dai sistemi cui partecipiamo, che rapporto ha con la violenza della (sulla) vittima sacrificale ?<br />
L’una è un violare ‘epistemologico’ (è una delle premesse epistemologiche distorte di cui parla Bateson in &#8216;Patologie dell’epistemologia&#8217;); l’altra è una violenza molto concreta, agita, perseguita, sulla vittima sacrificale.<br />
L’una appare necessaria al ‘farsi uomo’ del cucciolo dell’uomo; l’altra appare necessaria al fondare la comunità umana.</p>
<p>Spero che le riflessioni e i contributi di tutti possano illuminarci meglio (anche) su questo punto.</p>
<p>marco bianciardi</p>
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		<title>Di: yukai ebisuno</title>
		<link>http://ripensarebateson.wordpress.com/2008/06/30/bateson-girard-e-il-sacro/#comment-21</link>
		<dc:creator>yukai ebisuno</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 Jul 2008 12:11:41 +0000</pubDate>
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		<description>Il linguaggio in ogni sua forma, sia pure quello della parola (non dientichiamo che esitono linguaggi visivi, musicali ecc.) appartiene, io credo, al sistema, non è qualcosa che si è scisso da esso. La &quot;mela&quot; della conoscenza è pur sempre un frutto dell&#039;Eden. Il punto è che in quel mondo chiamato da Bateson e ancor prima da jung &quot;creaturale&quot;, è necessario un qualche tipo di flusso autocorrettivo, perchè la totale staticità appartiene al mondo del &quot;pleroma&quot;. Cos&#039;è dunque il linguaggio parlato, se non una forma, molto complessa, di potenziali azioni equilibratrici?
 Il linguaggio, in ogni sua forma, permette la comunicazione, la comprensione e l&#039;incomprensione(tanto necessaria a quel caos da cui nascono le novità, secondo Bateson), dando la possibilità ai comunicanti di mettere in moto e promuovere quel flusso che mantiene vivo il sistema. Chiaro è che, più il linguaggio è complesso ed ambiguo, maggiori sono le incompresioni e maggiore è la possibilità che la bilancia del sistema si squilibri, tendendo a deviare sempre più verso un estremo che, come l&#039;ecologia ci insegna, non è mai buona cosa.
La parola è un linguaggio molto complesso e facile da fraintendere e dunque richiede molta responsabilità. Prima tra tutte quella di conoscerlo ed essere consapevoli dei limiti e dei bug in esso contenuti e quindi la consapevolezza dei nostri stessi limiti e potenziali errori nell&#039;esprimerci come nell&#039;intendere la realtà. poi vi è la responsabilità di conoscere ed essere costantemente consapevoli delle potenzialità astrattive della parola, di cui la metafora e il paradosso sono forse l&#039;espressione più interessante. Vi è la responsabilità di &quot;sapere di non sapere&quot; esprimere esattamente ciò che si vuole esprimere, saper dunque giocare accettando di sbagliare e di perdere, restando a cavallo tra conoscenza del linguaggio e inconsapevolezza nel suo uso. Giocare con le parole è forse l&#039;atteggiamento, il modo di porsi di fronte al linguaggio verbale, che più si avvicina ad un uso ecologico e sacro di esso. La violenza, io credo, non sta nel linguaggio, come non sta nell&#039;uomo, ma sta nell&#039;ignoranza, nella cecità sistemica, nel &quot;dire&quot; senza saper dire, in altre parole, senza aver interiorizzato le regole del linguaggio.
Io credo che gli animali siano ecologici anche perchè conoscono profondamente il linguaggio che utilizzano. è raro trovare un animale che comunichi con un suo simile in modo ambiguo (lasciamo perdere l&#039;atto del gioco che dimostra, attraverso l&#039;uso di quello che nel linguaggio parlato umano chiamiamo metafora, la comprensione profonda da parte dell&#039;animale del linguaggio usato). Certo, il linguaggio animale è potenzialmente meno ambiguo e di certo meno complesso, ed è per questo che gli animali lo sanno usare così bene. 
L&#039;essere umano invece ha dimenticato i linguaggi più semplici, &quot;primitivi&quot;, valutandoli meno adatti, tal volta incivili ecc. trovando nella parola e poi nella scrittura un linguaggio potentissimo e assolutamente evoluto. eppure questa potenzialità intrinseca del &quot;verbo&quot; non ha sviluppato in parallelo una conoscienza profonda di esso, dando vita ad un uso violento della parola.
Attraverso la parola io credo invece che si possa, in fondo, parlare di tutto, anche del sacro, ma si dovrebbe essere così responsabili e consapevoli del &quot;mezzo&quot; linguistico, da saper magistralemente giocare con esso, entrando ed uscendo da quel sistema comunicativo con un&#039;arte superba.
Per questo io credo che Bateson apprezzasse tanto william Blake.
In ogni caso questo è un mio parere che vorrebbe essere modesto così come Bateson intendeva. in ogni caso, in quanto espresso attraverso parole, discutibile, fraintendibile e potenzialmente anche violento. me ne scuso in anticipo

yukai ebisuno</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Il linguaggio in ogni sua forma, sia pure quello della parola (non dientichiamo che esitono linguaggi visivi, musicali ecc.) appartiene, io credo, al sistema, non è qualcosa che si è scisso da esso. La &#8220;mela&#8221; della conoscenza è pur sempre un frutto dell&#8217;Eden. Il punto è che in quel mondo chiamato da Bateson e ancor prima da jung &#8220;creaturale&#8221;, è necessario un qualche tipo di flusso autocorrettivo, perchè la totale staticità appartiene al mondo del &#8220;pleroma&#8221;. Cos&#8217;è dunque il linguaggio parlato, se non una forma, molto complessa, di potenziali azioni equilibratrici?<br />
 Il linguaggio, in ogni sua forma, permette la comunicazione, la comprensione e l&#8217;incomprensione(tanto necessaria a quel caos da cui nascono le novità, secondo Bateson), dando la possibilità ai comunicanti di mettere in moto e promuovere quel flusso che mantiene vivo il sistema. Chiaro è che, più il linguaggio è complesso ed ambiguo, maggiori sono le incompresioni e maggiore è la possibilità che la bilancia del sistema si squilibri, tendendo a deviare sempre più verso un estremo che, come l&#8217;ecologia ci insegna, non è mai buona cosa.<br />
La parola è un linguaggio molto complesso e facile da fraintendere e dunque richiede molta responsabilità. Prima tra tutte quella di conoscerlo ed essere consapevoli dei limiti e dei bug in esso contenuti e quindi la consapevolezza dei nostri stessi limiti e potenziali errori nell&#8217;esprimerci come nell&#8217;intendere la realtà. poi vi è la responsabilità di conoscere ed essere costantemente consapevoli delle potenzialità astrattive della parola, di cui la metafora e il paradosso sono forse l&#8217;espressione più interessante. Vi è la responsabilità di &#8220;sapere di non sapere&#8221; esprimere esattamente ciò che si vuole esprimere, saper dunque giocare accettando di sbagliare e di perdere, restando a cavallo tra conoscenza del linguaggio e inconsapevolezza nel suo uso. Giocare con le parole è forse l&#8217;atteggiamento, il modo di porsi di fronte al linguaggio verbale, che più si avvicina ad un uso ecologico e sacro di esso. La violenza, io credo, non sta nel linguaggio, come non sta nell&#8217;uomo, ma sta nell&#8217;ignoranza, nella cecità sistemica, nel &#8220;dire&#8221; senza saper dire, in altre parole, senza aver interiorizzato le regole del linguaggio.<br />
Io credo che gli animali siano ecologici anche perchè conoscono profondamente il linguaggio che utilizzano. è raro trovare un animale che comunichi con un suo simile in modo ambiguo (lasciamo perdere l&#8217;atto del gioco che dimostra, attraverso l&#8217;uso di quello che nel linguaggio parlato umano chiamiamo metafora, la comprensione profonda da parte dell&#8217;animale del linguaggio usato). Certo, il linguaggio animale è potenzialmente meno ambiguo e di certo meno complesso, ed è per questo che gli animali lo sanno usare così bene.<br />
L&#8217;essere umano invece ha dimenticato i linguaggi più semplici, &#8220;primitivi&#8221;, valutandoli meno adatti, tal volta incivili ecc. trovando nella parola e poi nella scrittura un linguaggio potentissimo e assolutamente evoluto. eppure questa potenzialità intrinseca del &#8220;verbo&#8221; non ha sviluppato in parallelo una conoscienza profonda di esso, dando vita ad un uso violento della parola.<br />
Attraverso la parola io credo invece che si possa, in fondo, parlare di tutto, anche del sacro, ma si dovrebbe essere così responsabili e consapevoli del &#8220;mezzo&#8221; linguistico, da saper magistralemente giocare con esso, entrando ed uscendo da quel sistema comunicativo con un&#8217;arte superba.<br />
Per questo io credo che Bateson apprezzasse tanto william Blake.<br />
In ogni caso questo è un mio parere che vorrebbe essere modesto così come Bateson intendeva. in ogni caso, in quanto espresso attraverso parole, discutibile, fraintendibile e potenzialmente anche violento. me ne scuso in anticipo</p>
<p>yukai ebisuno</p>
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