ripensare Bateson’s Weblog

a partire dal pensiero di Gregory Bateson

“Una sacra unità”: le cose come sono

Pubblicato da ripensarebateson su 11 Luglio 2008

  

Come era riuscito a trovare un’espressione – “processo mentale” – per affermare che l’evoluzione è sistemica e ha le stesse caratteristiche del pensiero, così, scrive Mary C. Bateson, suo padre Gregory “era riuscito a trovare una posizione dalla quale parlare di Dio”.

A termini quali fede, divinità, abbandono (parole ‘oscure’ per il biologo e naturalista Bateson, “ateo non battezzato della quinta generazione”) egli preferì “sacro”, una parola affine a “Dio” ma più generale; e si avventurò con caute­la lì “dove gli angeli esitano a mettere piede”: il terreno dove si incontrano le complesse relazioni tra le “cose vive”, e dove precipitarsi è immorale e antiestetico.

Noi riversiamo sull’universo biologico le nostre particolareg­giate e logiche descrizioni, e quello, a sua volta, si autode­scrive attraverso una sua ‘grammatica’, che ‘parla’ di estetica, coerenza, integrità, di risonanze coevolutive e di configurazio­ni. Ma come accedere a una visione integrata se la scienza, in un quadro di intenzionalità e di progetto, studia “archi” di circuito, e dissecca, infrange quella “unità sacra”?

“Dopo aver rimuginato queste idee per cinquant’anni, ho comin­ciato a vedere chiaramente che la stupidità non è necessaria. Ho sempre odiato la stupidità e ho sempre pensato che fosse una condizione necessaria della religione. Ma sembra che non sia così.”

Già in Mente e natura, Bateson si chiedeva se le scorciatoie semplificanti di certo riduzionismo – la nostra “miopia sistemi­ca” – non possano trovare un correttivo nel prendere a prestito modelli di conoscenza dalla religione e dall’arte: attività uma­ne meno falsate da inopportune semplificazini.

Ogni creatura è una variazione di un più vasto processo: è per così dire un piccolo esempio – una metafora – della più generale storia naturale. Quelle “vaste metafore” che sono le tradizioni religiose (in primo luogo le religioni totemiche e animiste, ca­paci di “maggiore saggezza sistemica”) hanno svolto il compito di fornire un modello integrato della realtà, e un facile acces­so alla totalità della visione nel solo modo possibile per una creatura vivente:  uomini e donne riuscivano a modellare azioni e idee in una Gestalt più vasta in virtù della loro predisposi­zione a conoscere e pensare per allusioni e per storie.

Nel lasciare segrete parti della spiegazione, nel curare il ri­gore e la forma dei rituali, e preservando il rito dalla disar­monia e dall’incoerenza, le religioni (tutte) interpretano e spiegano le necessità, le ‘verità eterne’ della natura raccon­tandone metaforicamente la storia.

Oggi – si dirà – non abbiamo bisogno del mito del diluvio uni­versale per spiegare le glaciazioni. Ma qual è una scienza che, nel dare ordine al disordine e nel ‘dominare’ le cose una volta ordinate, individui la soglia oltre la quale calcoli, computa­zioni, tecnologia infrangono il punto vulnerabile del sacro, va­le a dire “la struttura che connette il granchio con l’aragosta, l’orchidea con la primula e tutti e quattro con noi?”. 

Gli indiani Pueblo attribuiscono personalità ai laghi e alle fo­reste, l’anacoreta vede il mondo in un granello di sabbia, Wal­lace Stevens sa bene che tra sé e “le cose come sono” c’è sempre e inevitabilmente il filtro creativo… E noi, che non siamo né animisti né monaci né poeti, e che con lo sguardo disincantato della coscienza indaghiamo le cose ‘come vorremmo che fossero’,  quale teoria dell’azione dovremo inventare che sia etica ed e­stetica, logica e allo stesso tempo eco-logica?

Forse non è necessaria la religione, è piuttosto necessario un atteggiamento religioso verso la vita. “Vedete, ci sono altri rimedi oltre la meditazione, uno di essi è la contemplazione del mondo vivente.” Quel rapido sguardo unificante che opera computi non intenzionali né coscienti – una scorciatoia, questa, non im­morale – sarà per alcuni la ‘illuminazione’ che giunge dalla preghiera; per altri verrà da una scienza della conoscenza at­tenta non già al progetto ma al processo, non alle parti ma alle configurazioni, non alle classi ma ai predicati: “Gli uomini so­no mortali/ l’erba è mortale/ gli uomini sono erba”, recita il sillogismo ‘alla Bateson’. Una scoperta non tutta razionale, non tutta empatica; perché conoscere è un riconoscersi – nella confi­gurazione di una rosa, nel volo di un coleottero, in quella fac­cia lì, nei patimenti di uno schizofrenico…

 

Mi accorgo che nel ‘riassumere’ le teorie di Bateson sul sacro sto ren­dendo opaco ciò che nei suoi scritti è trasparente. L’invito è quindi a leggere (o rileggere) Una sacra unità e Dove gli angeli esitano e a discuterne con altri. Il risultato sarà acquisire una prospettiva più ampia e più lun­ga, “quel genere di contesto – come altrove Gregory e Mary C. Bateson definiscono la religione – che fa apparire importante piantare alberi.”

 

 

Roma, 10 luglio 2008

 

 

Rosalba Conserva

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