Il sacro nell’incontro con l’altro
Pubblicato da ripensarebateson su 9 Dicembre 2008
Vorrei riprendere il tema del sacro nell’incontro con l’altro.
L’altro è posto dal soggetto nel momento logico in cui, dicendo ‘io’, egli pone sé come altro dall’altro, come distinto e separato, come vertice di osservazione autonomo rispetto alla relazione che all’altro lo lega, come luogo di vita interiore cui l’altro non potrà comunque accedere e che resterà quindi per sempre segreto.
Ma l’altro è posto sempre, anche, come ‘nemico’. Il dis-tinguersi infatti (come, su di un piano fisiologico, il parto, del resto) non è indolore: è lacerazione, è lotta, è affermazione anche violenta di un ‘io’ che si pone contrap-ponendosi ad un ‘tu’, il quale non potrà comunque evitare di occupare il luogo, o di svolgere la funzione, di colui che nega o ostacola l’autonomia.
Si ricordi a questo proposito l’inevitabile paradosso che ogni relazione genitore-figlio racchiude: un genitore che incoraggi l’autonomia, su di un altro piano ridefinisce la ‘autonomia’ come ‘obbedienza’, ed il figlio che sia autonomo come il genitore desidera in realtà gli obbedisce. Naturalmente si tratta di un paradosso che, come quello matrimoniale, può essere gestito, abitato, in qualche modo ‘arrangiato’ – a patto di riconoscerne la natura per certi versi paradossale, e comunque non senza dubbi, incomprensioni, sofferenze soggettive e momenti di contrasto, o di lotta appunto, in cui l’altro è ‘nemico’…
L’ ‘altro’ quindi è costituito, da ciascuno di noi, anche come ‘nemico’.
E il legame all’altro sarà anche, costitutivamente, un legame di odio.
Ciò che all’altro mi lega (l’amore che mi ha nutrito non solo di cibo e calore, ma anche e soprattutto di affetti, desideri e parole) è condizione necessaria del distinguersi; ma nell’atto del distinguersi il soggetto nega il legame di amore ponendo l’altro come nemico da odiare.
Ma, a ben riflettervi, la necessità di lottare e di contrapporsi nel e per porsi come soggetto autonomo, non si dà forse proprio in quanto sappiamo che il nostro esistere non si dà, non può darsi, se non come e in quanto essere uno-con-l’altro?
La nostra esistenza – non solo la nostra esistenza materiale, bensì la nostra ex-sistenza soggettiva caratterizzata dall’autonomia che rivendichiamo – non è nemmeno immaginabile se non entro la relazione con l’altro, a partire dalla relazione con l’altro, costantemente confrontata, confermata, nutrita si potrebbe anche dire, dalla relazione con l’altro.
Il nostro esistere è un essere-con, ben al di là di quanto possiamo e sappiamo ammettere e riconoscere, e lo è anche nei luoghi più segreti di noi, alla radice e al centro del nostro porci come soggetti autonomi…
Nell’altro ci riconosciamo, nell’altro ci identifichiamo, nell’altro ci rispecchiamo.
La relazione con l’altro ci definisce, ci dà un posto al mondo, ci colloca e ci conferma.
Le modalità stesse secondo cui costruiamo la nostra esperienza, modalità che precedono il nostro sentire poiché ne sono condizione e al sentire sono pre-poste, sono mie e dell’altro allo stesso tempo: esse emergono e vengono costantemente rinegoziate, confermate, modificate, da un processo relazionale ove non è proprio possibile distinguere cosa sia veramente ed esclusivamente ‘farina del mio sacco’…
Insomma l’essere uno-con-l’altro si accompagna pur sempre all’essere uno-distinto-dall’altro (e contro-l’altro).
Sentire una dimensione di sacralità nell’incontro con l’altro non può allora significare quel raro e un po’ magico momento (un momento che non può comunque essere cercato consapevolmente) in cui per un attimo ci è dato ‘sentire’ l’essere-uno e l’essere-distinto? In cui ci è dato sentirli insieme e nello stesso tempo distinti, compresenti e pur tuttavia non confusi?
Marco Bianciardi
enzo moietta detto
Essere uno e nello stesso tempo essere distinti è esperienza abituale ogni volta che attiviamo il linguaggio, dato che non possiamo farlo se non ponendoci come io che si rivolge ad un tu.
L’essere divisi – partagé – diventa così la nostra condizione abituale, appunto il nostro abitus e il nostro ethos. (Mi riferisco ovviamente a quella soggettività che non posso non essere in quanto parlante e non alla soggettività che viene costruita nei rapporti sociali e di produzione dominanti che è sì, a sua volta divisa, ma secondo una logica di partizione diversa, come una “sovranità sottomessa” secondo la precisa definizione di Foucault)
Sicchè veramente si può dire: come tu parli quello è il tuo ethos. Questo “come” non fa riferimento ad una competenza linguistica, ma, come si esprimeva Paolo di Tarso,alla bocca (alla parola) che si mantiene sempre nei pressi e vicina al cuore. Una via diretta fra la parola e il cuore; una parola che non ha bisogno, per arrivare al cuore, di passare, per esempio, per i progetti storici o per la ricerca di presupposti comuni.
Nel linguaggio non possiamo sottrarci dall’essere sempre uno-con-l’altro.
L’altro è il mio amico, ma anche il mio nemico.
Furono i Greci a introdurre, per primi, come centrale, la categoria dell’amico. Gli altri popoli avevano i Saggi, i Greci avevano il filosofo, l’amico della saggezza, dunque colui che cerca la saggezza e pertanto è scontato che non la possegga né ne risulti, in alcun modo, proprietario.
Ma affinché vi siano due amici occorre anche la presenza di un terzo (verità ovvia sul piano linguistico: io, tu, egli) sul quale poter misurare, provare e documentare l’amicizia.
Ed è in questo modo che il rapporto di amicizia diventa rivalità: nei confronti della saggezza, della produzione, di una donna, verso un impegno….
Due amici amano la stessa cosa, desiderano la stessa cosa, ed ecco, proprio in virtù della loro amicizia, sono trasformati in rivali, in due pretendenti.
Due amici amano la democrazia ( i Greci non hanno inventato solo la democrazia ma anche il modo per pensarla)ed ecco che si trovano, assieme ad altri amici, a produrre la formazione di una società di amici e di uguali in un rapporto di rivalità.
Per tornare ad oggi ma volendo continuare ad essere originali, cioè volendo mantenerci nei pressi della nostra origine: democrazia = la comunità degli uomini liberi (liberati) in disaccordo, in rivalità.
Bruno Gualerzi detto
“Naturalmente si tratta di un paradosso che, come quello matrimoniale, può essere gestito, abitato, in qualche modo ‘arrangiato’ – a patto di riconoscerne la natura, per certi aspetti paradossale, e comunque non senza dubbi, incomprensioni, sofferenze soggettive e momenti di contrasto, o di lotta appunto, in cui l’altro è ‘nemico’…
L’altro quindi è costituito, da ciascuno di noi, anche come ‘nemico’.”
Per esempio così? Cioè ‘prima e dopo’ il sacro?
Egoismo
L’esistenza di me stesso,
ritrovato-perso perno
di tutto l’universo,
unico sbandato-fermo
punto di riferimento,
si misura col tuo
disperare di te
(ruoti smarrita sul mio asse
mentre il sole
ti inaridisce gli occhi)
e aspetta la notte
per risorgere.
Quando
si abbassa l’orizzonte
sulle caligini del mondo
visto in trasparenza
e si inarca
la sconclusionata trama
delle ore diurne
sull’io dormiente
e tu imprechi
sempre più in lontananza
e la tua voce si tramuta
in cantilena, poi in suono
dolce indistinto,
riparo
interamente su di me:
tu esci, esce
l’altro per cui sono,
sono un unico vincolo
che costringe me a desiderare.
Sento ancora
tra pareti di nebbia
che mi accusi
di esserti estraneo
e non può essere che questo
ciò che voglio:
essere lontano
da sempre da tutti,
essere lontano
da sempre da te
che ho usato per definire
i miei contorni nel mondo.