Leggendo della questione posta da Bianciardi (cioè dell’aporia costituita da un’autonomia resa possibile dal linguaggio che però allo stesso tempo, sempre ‘a causa’ del linguaggio, si può realizzare solo come dipendenza) e leggendo il commento di Moietta incentrato su ‘Sacro, Violenza, Prassi’, ho ritenuto in qualche modo pertinente proporre questa riflessione sul ’sacro e sul profano’. Sull’essere determinati da un riscontro contraddittorio di una realtà inestricabilmente ‘confusa’ da una condizione umana che nello stesso tempo – ‘a causa’ della facoltà della parola, ‘causa’ a sua volta del pensiero (e/o viceversa) – la subisce e la provoca. La ‘inventa’ e ne ‘è inventata’.
*”E distinguiamo la dimensione del sacro dalle tristissime peregrinazioni adoranti l’effigie del fallimento del-la stessa apertura della dimensione del sacro. Perché in tal caso, anziché esistere tra essere e nulla, staremo solo nella perenne agonica dimora, che non sa degli eventi vitali che tornano ancora, né del loro doloroso togliersi ancora. E poi ancora e ancora.”*
(Estratto da un testo provocato da uno scambio di riflessioni sul tema del ’sacro e del profano’)
Perché, qual è la dimensione del sacro? Cosa significa vivere nella dimensione del sacro? In che misura il sacro ha una dimensione esperibile dall’umano? Ma infine, o prima di tutto, perché parliamo del sacro? Perché è una esigenza esistenziale, o perché si tratta sì di una esigenza, ma di una esigenza indotta, dovuta al fatto che siamo i figli/eredi di tutta una storia intessuta di una pratica del sacro così presente e determinante nelle vicende umane da trasmettersi a noi come necessità esistenziale proprio per questo… per cui non sapremo mai se vale l’una o l’altra ipotesi, né che rapporto causale intercorre veramente tra l’una e l’altra ipotesi?
E così siamo giunti al circolo vizioso (“è nato prima l’uovo o la gallina?”) che trascina inesorabilmente nel suo vorticare senza principio e senza fine, perché la fine si confonde col principio e viceversa. Come affrontarlo? Nel solo modo possibile: o si arriva a recuperare del sacro una necessità intesa prima di tutto come esigenza, o qualsiasi altra necessità, compresa la ‘necessità’ costituita dalla sua storia, è destinata a diluirsi, a sciogliersi, e infine a svanire del tutto, nel pulviscolo delle invenzioni imposte (non scelte consapevolmente) dalla paura e dall’illusione di esorcizzarla. Non prima però di aver arrecato un’infinità di danni.
Ma, intanto, esistono ‘invenzioni’ non dannose, e quindi veramente necessarie? Esistono, anche se si è imparato a conoscerle quasi sempre col senno di poi, e sono quelle che ‘scopriamo’ (quasi sempre – appunto e purtroppo – col senno di poi) interamente gratuite, dove ‘gratuito’ non sta per ‘arbitrario’, per fuga nel regno dei sogni, ma per rispetto di fatto di una esigenza reale, che, come tale, non sopporta alcuna risposta considerata definitiva, perché questa farebbe morire l’esigenza. E, con essa, l’umanità che la esprime.
Ora, che cosa, nelle manifestazioni aventi come riferimento il sacro, si configura per noi come gratuito, veramente gratuito, e cosa invece ha questa presunzione di proporsi come interprete autorizzato di una dimestichezza (e quindi di una pratica) col sacro che invece si configura come una sequela ininterrotta di *“tristissime peregrinazioni adoranti l’effigie del fallimento della stessa apertura della dimensione del sacro”*? In altre parole, esiste una vera esigenza del sacro, e, se esiste, come si manifesta, o meglio, ciò che si manifesta in suo nome, in che senso la rispetta o, al contrario, la tradisce?
Un’esigenza del sacro innegabilmente esiste. *“Quello che è sacro viene tutelato. E tutelare, è sempre tutelare dal divenire. Anche quando si tutela il divenire, che infatti è tutelare che la sua possibilità si dia sempre, cioè il divenire non divenga. Il sacro è quello che si vuole si dia sempre uguale a se stesso”*(ib.). Eccola, l’esigenza… Ma che esigenza è?
Apparentemente si tratta di una esigenza persino elementare, ovvia, quando invece ovvia non è affatto perché la sua natura di vera esigenza è tutta nella contraddizione che si vuole superare puntando a preservarla nella sua contraddittorietà. Infatti si vuole l’impossibile come unica cosa necessaria… e fin qui esigenza ovvia se solo si considera una condizione umana condannata a ‘sapere’ dei propri limiti… ma nello stesso tempo si vorrebbe poter intervenire sia per ‘tutelare’, cioè ‘difendere’, qualcosa, sia per ‘difenderci da’, qualcosa. E cosa? Ecco il paradosso: la stessa cosa! Ecco l’esigenza che non può mai essere soddisfatta perché soddisfarla significherebbe solo soffocarla, cioè significherebbe tutto meno che soddisfarla!
E allora, ecco che il sacro rivela tutta la sua natura nella forma dell’esigenza in qualche modo primaria, necessaria, che è quella di ‘confortarci’ circa l’assurdo dell’esistenza senza però eliminare l’assurdo perché in quel caso avremmo eliminato l’esistenza stessa. Il sacro, la vera dimensione del sacro, consiste nella spasmodica ricerca di un fondamento, che poi viene trovato davvero, di fatto – nel senso di poterlo usare, gestire, come fondamento – in ciò che, per la nostra esperienza, è veramente il fondamento di tutto, è ciò che si trova, che i nostri mezzi ci obbligano nostro malgrado a trovare, quando si procede senza lasciarsi fuorviare da ingannevoli miraggi (che possono ingannare la nostra coscienza vigile, ma non il nostro inconscio, che poi, in circolo vizioso, si ripercuote sulla coscienza vigile) alla ricerca di un fondamento: cioè il nulla! Il sacro è la nostra risposta all’horror vacui nel momento stesso in cui non possiamo non renderci conto che tutto ciò che ci riguarda, o non ci riguarda che superficialmente, fenomenicamente (il mondo che esiste senza di noi, o dietro di noi), o ha il suo fondamento nel nulla d’esperienza che raccoglie e racchiude le nostre esistenze… per cui non esiste altro fondamento che non sia la nostra insopprimibile esigenza di un fondamento. Quella esigenza che ci fa cercare senza tregua e poi ci costringe a renderci conto che la ricerca ha fine, giunge veramente a compimento, quando trova il nulla… cioè ciò che impone di ricominciare a cercare. Questo è il sacro, questa è l’oggettività, la stabilità, l’ancoraggio che si trova nostro malgrado, ciò che dovrebbe permetterci di respirare mentre siamo trascinati e travolti nella folle corsa del divenire… quel divenire che prima o poi – lo sappiamo (o lo sa per noi il nostro inconscio, facendolo così ‘sapere’, trasmettendolo, più che alla nostra mente, a tutto il resto del nostro corpo che comprende anche la mente) – ci lascerà senza fiato, se già non lo fa prima ancora dell’arresto definitivo della nostra corsa. Il sacro è allora anche ciò che si vorrebbe unisse in modo inscindibile – trasformandolo in un ‘unicum’ che esaurirebbe per questo tutto intero il nostro essere – la più evidente, palese, solare superficie, col buio che si annida nel recesso più profondo di questo nostro essere. E’, vorrebbe essere (esprime l’esigenza che sia) il fondersi definitivo di ciò che chiamiamo anima (linguaggio/pensiero) e di ciò che chiamiamo corpo (fisicità deterministicamente strutturata) costretti come siamo a questa distinzione/separazione, costretti a dover vivere ‘anima’ e ‘corpo’ come dimensioni inconciliabili e nello stesso tempo costitutive della nostra esistenza. Si vorrebbe, nel sacro, l’unione del ‘tutto per noi’ (il nostro corpo) col ‘niente, però sempre per noi’ verso cui ci trascina la nostra coscienza. Questa sarebbe, è, la vera dimensione del sacro: la salvaguardia, la tutela, di una contraddizione insanabile perché è la contraddizione della nostra esistenza, ciò da cui la nostra esistenza dipende; è una oggettività che sfugge, un ‘essere che si fonda sul nulla’. E’ l’esigenza di aver sempre davanti a noi – per difendercene, ma poi anche per difenderlo – l’assurdo.
Se non è questo, se, pur muovendoci sospinti da questa esigenza, ci fermiamo per strada attratti e ingannati dal miraggio di una contraddizione finalmente superata, siamo nella dimensione dell’esatto contrario del sacro, di ciò che viene considerato il suo contrario: il profano.
Cos’è il profano? La tentazione – di fronte alla constatazione che ciò che storicamente è stato in genere identificato col sacro ha poi tradito di fatto la sua vera natura – di recuperare come il solo sacro genuino ciò che, in un facile rovesciamento di ruoli e significati, è stato definito ‘il profano’, è forte… in parte anche legittima… ma nella sostanza ingannevole. Ingannevole perché il profano, il profanare, a ben vedere, legittima, ha sempre legittimato il sacro presunto, al punto che verrebbe da pensare che il sacro comunemente inteso e praticato sia stato elaborato, sia pure inconsciamente, proprio al solo scopo di essere profanato! (*“Ma c’è forse una sacralità che non ha i suoi profanatori (…)? Quale luogo sacro non istituisce il luogo del profano?”* (ib.))
Forse è stato chiamato sacro ciò che permetteva di sopportare il divenire dimostrando, ‘e contrario’, che esiste solo il divenire, non può che esistere solo il divenire, la nostra esperienza vera, ultima, definitiva, della vita è che niente ritorna davvero uguale a se stesso… se non il nulla. Di cui non abbiamo vera esperienza, o non vorremmo averla, o non riteniamo possibile averla secondo la nozione comune di esperienza. E allora fu inventato il sacro come il contrario di una esperienza (l’esperienza del divenire) che però, alla fine, avrà sempre la meglio… e così noi potremo sconfiggere il sacro, inteso come il definitivo, e potremo sentirci ‘forti e liberi’ perché avremo sconfitto il definitivo. Profanandolo! Quel definitivo che per noi, nei recessi del nostro animo, non può che essere la morte, il nulla d’esperienza, che però si doveva riempire con qualcosa di altrettanto definitivo ma ‘trattabile’ in quanto a suo modo esistente (in realtà fatto esistere, inventato)… Ma questo non è il sacro, è solo la celebrazione di un ‘eterno ritorno’ che la nostra esperienza vera dice non esistere… e che quindi siamo legittimati, prima o poi, a sbeffeggiare, a ‘profanare’, senza troppi danni. E proprio per poterlo fare senza rischio eccessivo, si è inventato un nemico fittizio, terribile all’apparenza (come sempre ‘terribili’ sono le maschere che dovrebbero rappresentarlo, come ‘terribile’ dovrebbe essere l’immagine del definitivo, del sempre se stesso, del non modificabile, di ciò da cui tutti e tutto dipende, del non tangibile, del tabù), ma che in qualche nostro recesso, in un luogo lasciato sgombro dalla paura, si è sempre saputo inesistente per noi, in quanto non esperibile, e quindi non sperimentabile, da noi. Sconfiggere questo nemico ‘terribile’ senza eccessivi pericoli (per esempio con la bestemmia – la forma di profanazione più povera, nel senso che si avvale di uno strumento alla portata di tutti, cioè la parola – che è pur sempre una sfida al dio (al definitivo, al necessario) la quale, se non fosse per certi sensi di colpa di tutt’altra origine, ne dimostrerebbe la totale innocuità, e infine inconsistenza), illuse di essere ‘forti e liberi’.
E/ma a questo sacro fittizio non si credette mai davvero – nel senso di trarne le logiche, inevitabili, conseguenze – e, tanto se ne inventò, tanto ci si industriò di profanarlo… e in questo senso il profano, fu sì l’opposto del sacro, ma di questo pseudo-sacro, contribuendo in tal modo solo ad allontanare la possibilità di cogliere e vivere la vera dimensione del sacro. Contribuendo alla adorazione di simulacri, di idoli, di puri feticci, a legittimare così la propria aggressività, la spinta a sopraffare l’altro implicita negli ‘spiriti vitali’, col pretesto di vendicare un’empietà, una ‘profanazione’, appunto (l’‘offesa’ arrecata alla Religione, all’Etnia, alla Patria, alla Famiglia, alla Vita astrattamente intesa, e via via, con l’affermarsi di una presunta secolarizzazione, di una pseudo-laicizzazione, l’‘offesa’ arrecata all’Ideologia, alla Star dello spettacolo, dello sport, fino all’‘offesa’ arrecata al Conto In Banca, il volto più recente assunto dal sacro-profano). E si rispose in questo modo passivamente, ciecamente, da inerti marionette, solo a ciò che la vita, per affermare se stessa, pretende da noi.
Ecco allora che i danni di questo sacro fittizio, certamente possono essere stati provocati da una proiezione di sé in qualcosa di puramente illusorio circa il potere che gli viene attribuito, ma in definitiva soprattutto furono (e sono) provocati dal non credere mai veramente in questa propria invenzione in quanto invenzione così da poterla usare per fronteggiare veramente il nulla. Se si fosse invece creduto di più nel nulla come fondamento, se si fosse dato l’ascolto che merita al nulla d’esperienza che ci avvolge, e quindi si fosse dato il giusto significato alle nostre invenzioni, se si fosse capita la loro funzione di esorcizzazione della paura e quindi la necessità della loro gratuità, forse ora non dovremmo prendere sul serio – come invece dobbiamo – questo monito nicciano:
*“Voi mi venerate; ma che avverrà se un giorno la vostra venerazione crollerà? Badate che una sta-tua non vi schiacci”*.
Bruno Gualerzi