Origine della soggettività e esperienza del sacro

Ripropongo alcune riflessioni sul tema del sentimento (o estetica) del sacro nell’incontro con l’altro.
Credo sia possibile sperimentare, nelle relazioni umane, e a volte anche in psicoterapia, rari momenti in cui sembra di incontrare l’altro in un luogo ‘sacro’: quando ci pare di incontrarlo, ad esempio, là ove qualcosa di non detto cerca di farsi parola (e questo, naturalmente, vale anche nell’incontro con noi stessi…).
Sto pensando ad un momento di un incontro psicoterapeutico: Anna sta parlando di quanto soffre nell’immedesimarsi nel figlio quando questi si ritrova a essere escluso dai compagni di gioco. Improvvisamente piange, dice di rendersi conto di essersi sempre sentita ‘sfigata’ – pur riconoscendo che nulla di obiettivo pareva giustificare una immagine di sè così negativa. Nei successivi, intensi, minuti del colloquio riflette su come questo narrarsi e vedersi come ‘sfigata’ sente sia emerso all’interno della relazione con la madre, pur senza che mai tra di loro se ne facesse parola.
Il mio sentire è che Anna si sia accostata a uno dei luoghi, segreti a noi stessi, ove prende forma il racconto di sè a se medesimi che ci accompagna poi, ininterrotto, per tutta la vita… racconto che, inevitabilmente, prende forma appoggiandosi al racconto, di solito implicito, che l’altro fa di noi. Là ove il raccontarsi e l’essere raccontati paiono coincidere; ove il come il soggetto narra a sè di se medesimo non appare ben distinto da come l’altro narrò di lui.
A ben vedere, ritengo si tratti precisamente del luogo ove si articola la misteriosa relazione tra elemento e contesto: là ove l’individualità si distingue ponendosi come soggetto di una narrazione, la quale emerge da (si appoggia a, si nutre di, è sottomessa a) il racconto dell’altro, e/ma grazie a ciò inizia a partecipare in modo autonomo ad in-tessere quel contesto di relazioni da cui sta distinguendosi…
E si tratta, anche, di un luogo ove l’immagine che la narrazione costruisce rappresenta e nello stesso tempo è il soggetto che in essa si pone, si pro-pone, e si aliena. Anna è ‘sfigata’ o l’immagine di sfigata rappresenta Anna ? L’uno e l’altro, evidentemente, altrimenti Anna non ne piangerebbe, non sarebe così commossa (nè lo sarei io), e non soffrirebbe immedesimandosi nel figlio.
Bateson parla di questa combinazione: “Ebbene, io ritengo che l’uso più ricco della parola ‘sacro’ sia quello che rende importante la combinazione, l’unione delle due accezioni, e ritengo che ogni loro separazione sia, per così dire, antisacra (…) il pane è e insieme rappresenta il corpo” (G. Bateson, “Ecologia della mente. Il sacro”).
Naturalmente Bateson sta parlando del rischio di ‘separare’, di ‘scindere’, di misconoscere una articolazione sempre problematica e comunque sempre presente. Io sto parlando, invece, dell’esperienza soggettiva là ove questa articolazione pare collassare, fare corto circuito, sovrapporre e confondere i due aspetti.
Sto ricordando che, sebbene sappiamo che la mappa non è il territorio, e che il racconto, lungi dall’essere ‘vero’, traduce e tradisce, propone ed impone, vi sono pur sempre luoghi segreti dell’esperienza soggettiva ove mappa e territorio, per il soggetto, coincidono: ove sentiamo di poggiare i piedi per terra, ove, soggettivamente, le cose sono proprio così, ove, forse, siamo unacosasolaconl’altro: ove siamo ciechi, anche – e forse lo siamo inevitabilmente e necessariamente.
Propongo quindi che l’incontro con l’altro venga vissuto come sacro quando il farne parola (a volte per la prima volta) permette una articolazione di ciò che era sovrapposto e confuso, permette di sentire anche come rappresentazione ciò che prima semplicemente era: veniva vissuto come un dato di realtà.
L’esperienza soggettiva è l’inesausto narrare a sé di se medesimi, ma per tutti noi ciò avviene a partire da luoghi nascosti ove ciascuno è, ancora, unacosasolaconl’altro: là ove l’in-fans, per farsi ‘uomo’, si alienò nel racconto dell’altro, vi si appoggiò, vi si fece irretire…quando di questi racconti originari possiamo fare parola ad un altro l’incontro ci dona momenti che definirei sacri.

Marco Bianciardi

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Elemento, contesto e relazione

Poiché si è parlato di relazione e di priorità della relazione, vorrei proporre alcune considerazioni.

Credo che il punto cruciale – che si rivela in fondo impossibile da com-prendere – non sia la relazione tra elementi, bensì la relazione tra elemento e contesto. La relazione tra elemento e contesto, afferma Bateson (ma qui cito a memoria), è ‘misteriosa’.

Contesto ed elemento, infatti, si pongono a differenti livelli logici. E sono, tuttavia, strettamente interconnessi: il singolo elemento acquista significato solo grazie al contesto, ma, d’altra parte, il contesto nasce, per così dire, o emerge, dalla relazione tra elementi (altro non è che la storia dell’intreccio, o della danza, tra i suoi componenti che, d’altra parte, incornicia, contribuendo a definirne il significato).

Si tratta, come si vede, di una ‘strano anello’ (ovvero di una di quelle particolarissime ‘figure’ esemplificate, ad esempio, dalle mirabili stampe di Escher, dalla logica di Godel, dalla musica di Bach, come Douglas Hofstadter ci ha mostrato con la sua passione e la sua grande competenza).

Se ci dimentichiamo la com-plessità non riducibile dello strano anello che lega elemento a contesto e contesto a elemento, non ci è possibile una modalità sistemica di intendere i fatti della vita. Quest’ultima consiste nel non ‘rescindere’ l’elemento dal suo contesto, e quindi nel “considerare quella particolare enunciazione o azione come una parte del sottosistema ecologico chiamato contesto, e non come un prodotto o effetto di ciò che resta del contesto dopo che il pezzo che vogliamo spiegare ne è stato rescisso”. (G. Bateson, 1972, Commento alla parte terza “Forma e patologia della relazione”, Verso un’ecologia della mente, Adelphi, Milano 1976, p. 374).

Perché ci è quasi inevitabile ‘re-scindre’ l’elemento dal contesto, e se-parare il contesto dagli elementi che lo com-pongono (lo pongono insieme)?

 

Marco Bianciardi

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La percezione relazionale

 

L’esistenza nel pensiero umano di processi gestaltici sembra essere la circostanza che ci fa ritenere di essere capaci di pensare degli oggetti concreti, non semplicemente dei rapporti. Questa opinione è rafforzata dall’uso che facciamo del linguaggio, in cui sostantivi e verbi assumono sempre il significato di Gestalten percepite all’esterno. Quando però ci si rende conto che il riconoscimento delle Gestalten dipende dai rapporti formali tra gli eventi esterni, è evidente allora che pensare in termine di «cose» è un fatto secondario, un epifenomeno che nasconde la profonda verità secondo cui pensiamo ancora unicamente in termini di rapporti. Possiamo riassumere i rapporti esterni costruendo delle Gestalten nella nostra mente, ma sono ancora i rapporti nelle scariche nervose afferenti che forniscono la base per le nostre Gestalten.

 

(G. Bateson ne La Matrice sociale della Psichiatria, p.196)

 

La lunga citazione si rende necessaria perché, a mio avviso, chiarisce come non mai uno dei contributi più importanti di Bateson al pensiero moderno: l’idea della natura primaria della relazione. Relazione che viene prima di qualsiasi “oggetto” o “cosa” che da noi viene così percepita in singole unità. Relazione che ci mette in guardia dai pericoli della reificazione che sempre ci accompagnano come “percettori” e come “esseri dotati di linguaggio”.

 

Durante l’ultimo convegno internazionale organizzato a Torino da Episteme, Sergio Manghi più o meno dice: “dono e dannazione di Bateson era quello di vedere le relazioni” (spero Manghi mi corregga se ho citato male).

 

La proposta di “vedere le relazioni” prima di qualsiasi altra cosa, trovo sia una posizione non meramente speculativa, ma prima di tutto estetica. Leggendo Bateson (soprattutto quello dell’ultimo periodo), anch’io, come Manghi, ho l’impressione di confrontarmi con una persona che “vedeva” la relazione prima di tutto. Che percepiva se stesso come un essere vivente simile all’ecosistema (nel senso più ampio del termine) in cui partecipava ad ogni respiro. Che si sentiva “uno” e “parte di” principalmente attraverso un’intuizione ed una partecipazione silente.

 

Se chiudo gli occhi e mi immagino di non “essere” “sostanza” con “determinate caratteristiche” (un carattere più o meno definito, un sé, una personalità, ecc) , ma che tutto ciò sia il mio modo di percepire e descrivere “me” all’interno di un intrico di relazioni, mi gira la testa. Non riesco a staccarmi all’idea e alla percezione della “cosa”.

 

Ed è a questo punto chiedo e mi chiedo: è veramente possibile percepire le relazioni? Vedere che “…pensiamo ancora unicamente in termini di rapporti”? E, qualora fosse possibile ed io ci riuscissi, che senso darei a me stesso?

 

Mauro Piccinin

 

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Il sacro nell’incontro con l’altro

 Vorrei riprendere il tema del sacro nell’incontro con l’altro.

L’altro è posto dal soggetto nel momento logico in cui, dicendo ‘io’, egli pone sé come altro dall’altro, come distinto e separato, come vertice di osservazione autonomo rispetto alla relazione che all’altro lo lega, come luogo di vita interiore cui l’altro non potrà comunque accedere e che resterà quindi per sempre segreto.

Ma l’altro è posto sempre, anche, come ‘nemico’. Il dis-tinguersi infatti (come, su di un piano fisiologico, il parto, del resto) non è indolore: è lacerazione, è lotta, è affermazione anche violenta di un ‘io’ che si pone contrap-ponendosi ad un ‘tu’, il quale non potrà comunque evitare di occupare il luogo, o di svolgere la funzione, di colui che nega o ostacola l’autonomia.

Si ricordi a questo proposito l’inevitabile paradosso che ogni relazione genitore-figlio racchiude: un genitore che incoraggi l’autonomia, su di un altro piano ridefinisce la ‘autonomia’ come ‘obbedienza’, ed il figlio che sia autonomo come il genitore desidera in realtà gli obbedisce. Naturalmente si tratta di un paradosso che, come quello matrimoniale, può essere gestito, abitato, in qualche modo ‘arrangiato’ – a patto di riconoscerne la natura per certi versi paradossale, e comunque non senza dubbi, incomprensioni, sofferenze soggettive e momenti di contrasto, o di lotta appunto, in cui l’altro è ‘nemico’…

L’ ‘altro’ quindi è costituito, da ciascuno di noi, anche come ‘nemico’.

E il legame all’altro sarà anche, costitutivamente, un legame di odio.

Ciò che all’altro mi lega (l’amore che mi ha nutrito non solo di cibo e calore, ma anche e soprattutto di affetti, desideri e parole) è condizione necessaria del distinguersi; ma nell’atto del distinguersi il soggetto nega il legame di amore ponendo l’altro come nemico da odiare.

Ma, a ben riflettervi, la necessità di lottare e di contrapporsi nel e per porsi come soggetto autonomo, non si dà forse proprio in quanto sappiamo che il nostro esistere non si dà, non può darsi, se non come e in quanto essere uno-con-l’altro?

La nostra esistenza – non solo la nostra esistenza materiale, bensì la nostra ex-sistenza soggettiva caratterizzata dall’autonomia che rivendichiamo – non è nemmeno immaginabile se non entro la relazione con l’altro, a partire dalla relazione con l’altro, costantemente confrontata, confermata, nutrita si potrebbe anche dire, dalla relazione con l’altro.

Il nostro esistere è un essere-con, ben al di là di quanto possiamo e sappiamo ammettere e riconoscere, e lo è anche nei luoghi più segreti di noi, alla radice e al centro del nostro porci come soggetti autonomi…

Nell’altro ci riconosciamo, nell’altro ci identifichiamo, nell’altro ci rispecchiamo.

La relazione con l’altro ci definisce, ci dà un posto al mondo, ci colloca e ci conferma.

Le modalità stesse secondo cui costruiamo la nostra esperienza, modalità che precedono il nostro sentire poiché ne sono condizione e al sentire sono pre-poste, sono mie e dell’altro allo stesso tempo: esse emergono e vengono costantemente rinegoziate, confermate, modificate, da un processo relazionale ove non è proprio possibile distinguere cosa sia veramente ed esclusivamente ‘farina del mio sacco’…

Insomma l’essere uno-con-l’altro si accompagna pur sempre all’essere uno-distinto-dall’altro (e contro-l’altro).

Sentire una dimensione di sacralità nell’incontro con l’altro non può allora significare quel raro e un po’ magico momento (un momento che non può comunque essere cercato consapevolmente) in cui per un attimo ci è dato ‘sentire’ l’essere-uno e l’essere-distinto? In cui ci è dato sentirli insieme e nello stesso tempo distinti, compresenti e pur tuttavia non confusi?

 

Marco Bianciardi

 

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Dal Mito al Fato

Del mito (parte seconda)

Il mito può, anzi deve, essere ben altro.

Basta chiedersi: cosa resta all’uomo in termini di potere sulla propria esistenza se non il poterla osservare, il poterla studiare, il poterla conoscere, all’unico, autentico, realistico scopo di poterla interpretare per poi dirla a se stessi, raccontarla a se stessi… che è poi l’unico modo per viverla invece di esserne vissuti?

E quando si parla di poterla ‘osservare’, ‘conoscere’, ‘studiare’, non si deve intendere in alcun modo – come invece quasi sempre si è verificato – porsene al di fuori guardandola dagli spalti di una sorta di osservatorio privilegiato, benedetto da una presunta oggettività, e quindi subito sacralizzato, divinizzato, ma, al contrario, significa rendersi conto che non possiamo esercitare altro potere sulla vita che servendoci – condanna o privilegio che sia – dell’uso di una coscienza, che serve, che deve servire…

certamente per determinarne il più possibile il corso alla luce delle esigenze affioranti dal bisogno…

ma tutto questo, in definitiva, a cosa serve se poi di fatto non può in alcun modo modificare la condizione umana nella sua essenza? Il ricorso alla coscienza – imprescindibile dalla condizione umana, condanna o privilegio che sia – serve, deve servire, ad una cosa sola: a raccontare la condizione umana, cioè a ricrearla, a ricostruirla con lo strumento che è proprio della coscienza, che ne costituisce la vera essenza, vale a dire la parola, il discorso. L’esistenza può essere vissuta da ‘soggetti’ invece che da ‘oggetti’ in un solo modo, per contraddittorio che possa sembrare, anzi, che è: con la mitopoiesi, cioè con il racconto che ne possiamo fare a noi stessi, consapevoli che di un racconto si tratta. Necessario, ma anche necessariamente illusorio.

Ecco allora che il mito (niente altro, nella sua essenza, che l’esercizio della coscienza) può, deve, essere usato, non tanto per ‘costruire miti’ intendendo con ciò inventare mondi irreali in cui rifugiarsi per sopportare l’assurdo dell’esistenza, finendo quasi sempre, fatalmente, per scambiare questi miti/riti consolatori e i loro contenuti per l’unica realtà, appunto, sopportabile, e per la quale quindi merita spendere la propria esistenza… ma la mitopoiesi, può, deve, essere recuperata – o meglio, finalmente utilizzata – per godere davvero della sua carica liberatoria, tutta riconducibile alla piena consapevolezza di ciò che la rende preziosa per noi: la sua totale gratuità! Con tutte le conseguenze – negative e positive, ma le sole autenticamente umane – che ciò comporta!

Solo un racconto che non serve a niente, quando servire a qualcosa reca con sé l’illusione di avere trovato la chiave di volta per afferrare una esistenza che sfugge a tutte le possibili prese, sia pure alle più sofisticate e apparentemente ‘leggere’ (la più subdola è l’illusione ‘estetica’, il mito della bellezza come armonia compiuta e incorruttibile), può sollevarci al di sopra di una definitività che non può che prefigurare la nostra fine, il nulla in cui stiamo per precipitare, la morte. Chi ci tiene veramente in vita (che ci evita di morire mentre ancora viviamo) è il racconto che possiamo dare della stessa a noi stessi, la possibilità di ricostruirla in forma di favola consapevole di essere comunque sempre e solo tale.

In principio era il verbo”, d’accordo, ma questo archè è da intendersi non tanto come inizio, o come causa prima, cioè discorso risolutivo del nostro tempo in quanto fatto una volta per tutte all’inizio del nostro tempo, quanto come unico modo di snodarsi per noi della nostra esistenza da intraprendere e condurre lungo tutto l’arco della nostra esistenza.

Bruno Gualerzi

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